Fuori era estate

A cura di Annalisa D’Angelo
Testo Critico di Paola Paleari

Nel mondo reale, nella società postmoderna, evoluta, liberale, che ha abbattuto tante barriere in favore dell’autonomia di scelta e di espressione individuale, esistono delle aree controverse, delle zone d’ombra in cui la chiarezza del pensiero logico, sano, colto e civile non è ancora in grado di fare piena luce. Sono zone dolorose da attraversare, perché il rischio di ritrovarsi soli e uscirne confusi è molto alto. Sono argomenti insidiosi da avvicinare, in quanto, una volta lasciato alle spalle il vociare di chi si accalca sentenziando all’ingresso, vi regna un gran silenzio.

Le conseguenze psicologiche dell’interruzione di gravidanza sono una di queste aree politicamente e moralmente controverse. Ogniqualvolta un individuo è soggetto a un’esperienza traumatica senza che gli sia data l’opportunità di processarla liberamente, le ripercussioni sul piano emotivo sono inevitabili. L’aborto è senza dubbio un’esperienza traumatica, ma è anche un diritto, conquistato con fatica. E ogni diritto, una volta riconosciuto collettivamente come tale, comporta dei doveri e delle responsabilità – non solo da parte del soggetto interessato, ma dell’intera comunità. Ci vuole certamente coraggio per assumersi una qualsivoglia responsabilità.

Anche nel mondo privilegiato e protetto dell’arte esistono dei terreni scivolosi in cui l’artista diffida ad addentrarsi, ma per la ragione opposta, ossia perché sono stati tanto battuti e coltivati da risultare ormai quasi consunti.
Prendiamo, per esempio, il campo dei sogni. Fonte di ispirazione umana fin dai tempi delle antiche civiltà, luogo di verità e predizione, il sogno è stato un grande protagonista del Ventesimo secolo, simbolo e strumento di rivoluzioni sociali e movimenti artistici. Nel corso dei decenni, termini quali surrealismo, inconscio e psicoanalisi hanno esondato gli argini della conoscenza specializzata per diffondersi e venire condivisi nella pratica comune. La ricerca di un orizzonte nuovo e sfaccettato e la sovversione della banalità che l’universo onirico aveva contribuito a formulare sono state riassorbite nel pensiero ordinario e il sogno è diventato uno stereotipo. Ci vuole coraggio anche per intraprendere un dialogo attraverso uno stereotipo.

Che coraggio, è la prima cosa che ho pensato quando Luigi mi ha mostrato il suo lavoro, un anno fa. Si presentava ancora in una fase semi-embrionale, non era definito e raffinato come lo vediamo oggi in galleria, ma i presupposti per far tremare i polsi erano già tutti presenti. Un progetto sugli effetti emotivi dell’interruzione di gravidanza, raccontati tramite una trasposizione fotografica delle immagini oniriche descritte da donne che hanno vissuto l’esperienza in prima persona. Un progetto sull’aborto, o meglio sugli aspetti dell’aborto da cui ci sentiamo esenti, ossia il post-chirurgico, il dopo immateriale. Un progetto sul sogno, con il suo carico di cliché a copertura della sua meno romantica, ma ancora attuale, valenza sociale e collettiva. Non solo! Un progetto fotografico sui sogni causati dall’aborto. Nemmeno l´ancora dell’astrazione a parziale salvaguardia delle implicazioni di un obiettivo tanto rischioso. Ma questo progetto mi chiamava, mi aspettava da troppo tempo, Luigi mi ha confidato.

Che coraggio, già, per decidere di dare ascolto a un tale pensiero e voce a un tale argomento. Ma una volta intrapresa questa scelta, quale altra soluzione avrebbe potuto attuare Luigi, se non la fotografia? Semplicemente, e molto onestamente, è questo ciò che Luigi sa fare. Raccontare per immagini. Tradurre in fotografie descrittive, rappresentative, e allo stesso tempo simboliche, ciò che ha con molta pazienza raccolto e ascoltato. E poi agire sulla sostanza, nel senso più fisico del termine. Lavorare sulla materia, sul foglio, sulla struttura. Applicare tecniche passate, sperimentare soluzioni nuove, ideare, realizzare, scartare, ricominciare, ancora e ancora.
Un cammino lungo e faticoso, di cui ho seguito gli alti e i bassi, le soddisfazioni e la frustrazioni. Non sono convinta che a inizio percorso Luigi fosse pienamente consapevole delle incombenze di cui avrebbe dovuto farsi carico, ma gli sono grata per aver avuto il coraggio di non mollare a metà strada.

Il sogno è fenomeno stranissimo ed un mistero inspiegabile, ma ancor più inspiegabile è il mistero e l’aspetto che la mente nostra conferisce a certi oggetti, a certi aspetti della vita (1). E´ una dichiarazione un po´ datata ma credo contenga molto dello spirito di ‘Fuori era estate’.
Un lavoro che affronta i concetti su cui fondiamo le nostre certezze alla luce di una conoscenza vissuta, invece che al riparo astratto di costruzioni morali, etiche, estetiche, o più generalmente teoriche. Le stampe pazientemente ottenute tramite processi tradizionali, così come i supporti in cui le parole delle donne emergono dal fondo dell’indifferenza, ci invitano a dissolvere lo stato d’ignoranza attorno a cui articoliamo le convinzioni su cosa sia la vita e sul suo significato. E allo stesso tempo, con molta delicatezza, ci mantengono liberi di spaziare, di immaginare, di poter godere, nonostante tutto, del dato visivo.

Percorrendo le esperienze raccontate, tanto private quanto universali, ci ritroviamo infine a prendere consapevolezza che tutti noi siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni (2). Davvero questo può farci paura? Suona come una frase da scatola di cioccolatini, e invece è una verità asciutta, una responsabilità chiara e inequivocabile. Che richiede – ancora una volta, ma non solo a Luigi questa volta – coraggio e umiltà.

(1) Massimo Carrà, “Metafisica”, Mazzotta, 1968
(2) William Shakespeare, “La tempesta”, atto IV, scena I

Curated by Annalisa D’Angelo
Text by Paolo Paleari

In the real world, in the postmodern, evolved and liberal society – which has broken down so many barriers in favour of freedom of choice and individual expression – there are some controversial areas, shaded areas, so to say, where the limpidity of logical, healthy, enlightened and civil thought is not able yet to puzzle it out. There are painful areas to cross, so the risk of finding themselves alone and getting out more confused than before is very high. There are tricky issues to approach and, once left behind the bunkum of those who flock by judging at the entrance, a great silence reigns.
One of those politically and morally controversial areas are the psychological consequences of abortion. Whenever an individual becomes subject to a traumatic experience, without the chance of process it freely, the repercussions at the emotional level are inherent. Abortion is undoubtedly a traumatic experience, but it’s also an arduously acquired right. And any right, once recognized at the collective level, implies duties and responsibilities, regarding not only the person concerned, but the whole community. It certainly needs courage to assume this kind of responsibility.
Also in the privileged and protected world of art there are slippery areas in which the artist is afraid to enter, but in this case for the opposite reason; these topics have been so paved and so vexed that they become almost pale.
Let’s take the example of dreams. Source of human inspiration since the Antiquity, a place of truth and prediction, dream was one of the great protagonist of the twentieth century, a symbol as well an instrument of social revolutions and art movements. Throughout history, the surrealism, the unconscious and the whole psychoanalysis have overflown the banks of knowledge in order to be spread and shared as common practice. The pursuit of a new and polyhedral horizon and the subversion of banality – which the oneiric world contributed to define – were reabsorbed into the common thought and the dream itself became a stereotype. You need courage in order to create a fruitful dialogue with a stereotyped topic.
How courageous he is, I thought when Luigi showed me his project for the first time, a year ago. At that time, it was still a work in progress, not so defined and refined as we see it in the gallery today, but the promise of making us shiver from head to foot was already there. A project about the emotional effects of abortion, narrated through a photographic transposition of the oneiric images described by women who have experienced it at first hand. A project on abortion, or rather on its post-surgery issues, on the immaterial aspect. A project about dreams, with its less romantic, but still relevant, feature linked to its social and collective value. And also a project regarding the dreams that abortion could create. Not even the trick of partial abstraction could save the implications of a such a risky goal. But this project was calling me, it was waiting for me for too long, Luigi told me.
What bravery indeed to listen to such a thought and to give a voice to such an argument. But once he chose this path, what other solution could Luigi adopted unless the photography?! Simply, and quite honestly, this is what Luigi knows: telling stories through the pictures. In other words, he translates into descriptive and symbolical images what he has patiently gathered and heard, and then he acts into the substance, in the most physical sense of the term: manipulating the material, the paper, the structure, applying old techniques, experimenting with new solutions, designing, creating, discarding, starting over again and again.
It was a long and tiring trip, which I’ve been followed from the very beginning, with its ups and downs, with its satisfactions and frustrations. I am not sure that Luigi was fully aware of the rough tasks he would have to take charge of at the beginning of his project, but I am grateful to him for having had the courage not to give up halfway.
Dream is such an intriguing phenomenon and an inexplicable mystery, but even more unaccountable are the mystery and the appearance that our mind gives to certain objects or certain aspects of life (1). It could seem a statement a little bit dated, but I believe it grasps the spirit of “It was summer out there”. A project that deals with concepts which our beliefs are based on, enlightened by our empirical knowledge rather than by abstract, moral, ethical aesthetic or theoretical constructions. The prints, patiently obtained through the traditional processes, as well as the media on which the thoughts of these women are emerging from the bottom of the indifference, are an invitation to dissolve the state of ignorance around which our beliefs regarding life and its meaning are usually articulated. Meanwhile, these images are allowing us, in a very gentle way, to imagine, to roam and to enjoy them as they are, as visual data.
Walking through these told experiences, both intimate and universal, we finally realize that we are such stuff as dreams are made on (2). Could this really scare us? It sounds like a phrase founded in a chocolate box, but actually it’s an imperative truth, a clear and frank responsibility. And it requires, once again and not only from Luigi, courage and humility.

(1) Massimo Carrà, “Metafisica”, Mazzotta, 1968
(2) William Shakespeare, “The Tempest”, Act IV, Scene I